Il parco tematico del quotidiano
Ho letto con molto interesse il post di gran qualità di Luca De Biase sulla “Città del futuro“, la cui lettura consiglio vivamente. Mi ha interessato particolarmete questo passo:
Le città sono reti di relazioni e connessioni. Spesso si pensano come insiemi di case e strade appoggiate su un territorio, ma sono essenzialmente le persone che le abitano. Si attraversano in orizzontale ma nascondono gerarchie talvolta inestricabili. Sono piene di segni e di storia. Sono piene di sofferenze e di indifferenza. Le città sono la rivincita della geografia sulle tecnologie che si pensava le abolissero.
Sono il luogo dal quale parte la disperazione. Ma anche il centro dove nasce la costruzione del futuro. Il paesaggio industriale lascia quotidianamente il posto al paesaggio della conoscenza. Ma è una trasformazione che possiamo pensare. Dedichiamo tanto tempo a pensare internet, ma vale la pena di dedicare altrettanto tempo a pensare la città. In fondo, le nozioni di internet e di città hanno molto in comune…
Non voglio entrare nei luoghi comuni della città cinica ed indifferente, per soffermarmi, invece, sul perché ritengo un errore pensare che le TLC ed Internet in particolare, portino ad un decentramento delle attività e delle residenze. Personalmente ritengo, al contrario, che sia possibile pensare ad un nuovo urbanesimo fondato sulla tecnologia dell’informazione.
Spesso l’analisi dell’impatto dei servizi di telecomunicazione parte da considerare l’effetto sui singoli e sul loro rapporto con lo spazio. Uno dei più comuni errori in tal senso è quello di puntare sull’effetto di potenziale remotizzazione dell’individuo dal luogo dove abitualmente svolgeva una determinata attività. Da qui il teorema che Internet e la tecnologia digitale permettano di dilatare le distanze tra gli individui evitando i disagi del commuting ed innescando un processo de-metropolitanizzazione delle città. Questo approccio è viziato da un errore di fondo: Internet e la telefonia mobile (e tra poco internet mobile per le masse, sto postando dal caffè della Mondadori in piazza Duomo…) agiscono prima su di un’altra dimensione, quella del “tempo”, e non hanno come oggetto la persona ma gli insiemi intereagento di persone (comunità come vengono definiti ora) e la loro dinamica stocastica di sistemi complessi.
Il tempo è la risorsa scarsa del nostro tempo (e forse di tutti i tempi pensando all’impegno temporale che richiedeva il lavoro dei campi e della società industriale e quello delle donne in casa) ed è quindi la vera risorsa sulla quale la tecnologia apporta valore, ma non attraverso un aumento del tempo libero (il tempo non dedicato al lavoro non è cresciuto con le attività “moderne” smentendo tutti i pronostici sulla automatizzazione delle attività produttive) ma permettendo una maggiore densità di interazione con l’esterno. Internet e la mobilità alterano gli schemi temporali delle attività umane prima di quelli geografici, mescolando, frazionando, sovrapponendo le necessità temporali delle vecchie e nuove attività. Lavoro, accesso all’informazione, divertimento, comunicazione non devono più seguire schemi collettivi preordinati, e quindi il concetto stesso di tempo libero perde significato.
La valenza di indipendenza temporale è strettamente legata a quella di mobilità che divengono così sono fattori cooperanti nell’eliminazione dei vincoli temporali nel “fare”, perchè non basta comunicare ed automatizzare ma bisogna poterlo fare ovunque senza dover aspettare il luogo adatto per accedere ad una determinata risorsa.
Non è quindi poter lavorare da casa il fattore determinante, ma poter lavorare di notte su un aereo in movimento o guardarsi dall’ufficio durante l’orario (ma che senso ha più l’orario?) di permanenza in ufficio le foto appena scattate dei nipotini al mare. Possiamo per esempio immaginare una città dove le persone si recano a lavorare in strutture distribuite per tutta la città che raggruppano i dipendenti della zona connessi con gli altri dipendenti della stessa azienda in un altro centro o in un altra città con sistemi di telepresence (quanto tempo si risparmierebbe e quanto sarebbe più facile socializzare con persone anche di altre aziende). Non ho mai creduto invece alla diffusione massiva del lavoro da casa in isolamento fisico.
Questo effetto di desincronizzazione delle attività “borghesi” nel senso etimologico del termine e di totale nomadicità, non implica quindi come conseguenza ineluttabile un dispersione fisica delle persone.
Le persone non sono un gas perfetto che tende ad occupare omogeneamente lo spazio a disposizione e neppure magneti che tendono all’aggregazione statica. L’effetto della capacità di comunicazione, d’accesso all’informazione di controllo ed automatizzazione non sono applicazioni sull’individuo ma sulla società. Le persone non sono isolabili e devono interagire fisicamente tra loro e con i beni materiali (dimenticare questo aspetto è sorprendentemente ingenuo). Al contrario la desequenzializzazione delle attività, la creazione di una gestione del tempo più fluida e randomica aumenta la capacità di relazione e quindi di socializzazione.
La città diventa il luogo della presenza nel mondo, una sorta di parco tematico del quotidiano. Un’arena dove la materia e l’informazione si rendono disponibili contemporaneamente nelle forme più variate. La città è, in un certo senso, la coda lunga del materiale affiancata alla coda lunga dell’immateriale della conoscenza e dell’informazione offerta dalla rete che la definisce.
La visione quindi di una città totalmente wireless, dall’accesso flat ad una rete globale neutrale, diventa l’arena possibile per utopie di un nuovo urbanesimo (ammesso che l’utopia non sia finalizzata alla ricerca della felicità), quello dell’urbanesimo della conoscenza e dell’indissolubile matrimonio tra informazione e materia.

06. Jan, 2008 








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